Beat Journalism

Mese

Febbraio 2012

10 post

ARCHITETTURA E NATURA

Potremmo chiamarla architettura naturale. E con questa definizione intenderemmo tutti quei progetti che promuovono l’armonia tra uomo e natura, un equilibrio tra ambiente naturale e ambiente costruito. Edifici che tentano di imitare il contesto circostante, fino a fondersi con esso e quasi scomparire. Perché questo avvenga, devono essere impiegati il più possibile i materiali del luogo.

Uno dei progetti più interessanti da questo punto di vista è il National Tourist Route Trollsigen, in Norvegia, ultimato nel 2010.

Le montagne che circondano la Trollstigen (la Strada dei troll), che si trova nel centro della regione Romsdal, sono enormi. I nomi Kongen (il Re), Dronningen (la Regina) e Bispen (il Vescovo) confermano la maestosità della regione. Sul lato della montagna scorre la cascata Stigfossen, verso la valle di Isterdalen. La Trollstigen risale la montagna fino a 850 metri).

Lo studio di architettura Reiulf Ramstad Arkitekter ha qui progettato un sito turistico, composto da ristorante, albergo, gallerie, cascate d’acqua e una passeggiata con balcone panoramico. A causa del rigido inverno, il luogo è meta turistica solo in estate. Rimane però uno dei siti turistici di maggior richiamo di tutto il Paese scandinavo. Il progetto dello studio Rra comprende un balcone panoramico affacciato su una delle viste più spettacolari lungo i fiordi norvegesi. Questo è un esempio di architettura perfettamente incastrata con la natura del luogo e rispettosa del contesto. I materiali scelti risaltano la forza del sito e si adattano alla funzionalità dei servizi.

Feb 28, 2012
#architettura #natura #green #norvegia #trollstigen
CONDIVISIONE DI RETE IN CITTÀ

Alex Goldmark, giornalista e blogger Americano, ieri ha lanciato una proposta. L’idea è quella di condividere la propria rete wifi con i vicini che non si possono permettere l’abbonamento, e guadagnarci qualcosa.

Goldmark parte dal presupposto che la maggior parte di noi non usa l’intera banda internet che paga ogni mese. Per esempio se il fornitore X, con il contratto Y, mettesse a disposizione 250 GB di dati al mese, per utilizzarli tutti dovremmo mandare 50 milioni di e-mail. L’utente medio in realtà usa solo 2 o 3 GB al mese. Adam Black, fondatore di KeyWiFi, si sta già muovendo in questa direzione. Ed è stato il primo a pensare di trarre beneficio da questo “eccesso di dati”, mettendolo a disposizione di altre persone e traendone un piccolo profitto.

Un esempio concreto di come potrebbe essere realizzato il progetto? Prendiamo un negozio, dice Black, che paga la connessione wifi. Il negozio resta aperto dalle 10 del mattino alle 8 di sera. Quindi usa la connessione dieci ore al giorno, con un eccesso di 14. I condomini del palazzo a fianco del negozio invece sono famiglie con figli che non possono permettersi di pagare 400 € all’anno per la connessione a internet. Bene, se il proprietario del negozio mettesse a disposizione la sua rete, con una tassa mensile molto bassa, potrebbe ammortizzare la cifra che paga annualmente e offrirebbe ai vicini una grande opportunità.

E in Italia? Qualcuno mai lo proporrà? E qualcuno mai lo realizzerà?

Feb 23, 2012
#internet #rete #condivisione #alex goldmark #adam black
LEGGERE 'ALA AL-ASWANI A UN ANNO DA PIAZZA TAHRIR

A un anno dalla rivoluzione in piazza Tahrir mi viene voglia di rileggere i romanzi di ‘Ala al-Aswani, scrittore e attivista egiziano su cui quattro anni fa scrissi la mia tesi. Di lui non sapevo niente, l’argomento venne deciso dal mio professore di Islamistica e Letteratura araba. Dell’Egitto conoscevo una realtà piccola e limitata, quella del Mar Rosso, dove avevo fatto le vacanze. Certo, andando a visitare Luxor e la medina antica di Hurgada, quando il turismo in Egitto non era ancora diventato così di moda, mi aveva fatto scoprire una povertà che io, bambina di 8 anni, non avevo mai visto. Crescendo e studiando mi appassionai, chissà perchè, al mondo medio orientale e arabo. L’eterna discussione sulla condizione delle donne mi lasciava sempre perplessa. L’integralismo mussulmano sbattuto sulle pagine dei giornali mi riempiva la testa di domande. Così scegliere la materia dell’esame “libero” al terzo anno di Università fu facile. E la materia mi appassionò. Decisi di fare la tesi in quella materia. E mi venne affidato ‘Ala al-Aswani. Allora di suo in Italia erano stati pubblicati Palazzo Yacubian, il suo primo romanzo che lo ha reso noto nel mondo e Chicago.

‘Ala al-Aswani è un dentista che vive al Cairo. Da anni impegnato contro la dittatura di Mubarak, grazie alla sua posizione, ha aiutato molti giovania esporsi nei confronti del suo governo. La sua notorietà gli ha permesso di parlare, senza correre il rischio dell’arresto. Così anni fa decise di scrivere per portare a conoscenza dei crimini che accadevano in Egitto ogni giorno. E se solo l’anno scorso il mondo ha visto accendersi nei popoli arabi la voglia di ribellarsi ai governi dittatoriali dei loro Paesi, è anni che in silenzio, la letteratura araba fa denuncia attraverso le pagine di romanzi. Il genere letterario più diffuso nel Novecento nei Paesi arabi. Romanzi che spingono a un cambiamento.

I libri di al-Aswani sono specchi critici della società egiziana, e talvolta di quella araba, che pur non avendo la pretesa di portare la democrazia in Egitto, desiderano trasformare le persone e le loro idee, mostrando che da esse può e deve venire il cambiamento.

‘Ala è nato nel 1957, un anno dopo l’occupazione da parte di Israele della Penisola del Sinai ed è cresciuto in un ambiente aperto, multi-culturale e, si potrebbe dire, liberale: in casa sua chi voleva pregare, pregava, chi voleva bere, beveva e chi voleva digiunare, digiunava. Ma si è scontrato presto con la realtà diffusa nel suo Paese. Ha dovuto aspettare dieci anni prima di riuscire a pubblicare i suoi libri, rifiutati tre volte dalla General Egyptian Book Organisation (Gebo), la potente casa editrice di Stato, forse anche perché da anni era impegnato a scrivere articoli per diversi giornali egiziani di opposizione, pur non essendo iscritto a nessun partito politico. È co-fondatore e membro del movimento di intellettuali Kifaya (basta!) che lotta per i diritti civili e il progresso democratico dell’Egitto.

Io lo consiglio, soprattutto oggi, a un anno dalle manifestazioni di milioni di egiziani che hanno portato alla caduta di Mubarak.

Feb 20, 2012
#'ala al-aswani #Egitto #piazza tahir #primavera araba
Primavera araba o inverno islamico? La versione di Hussain Abdul-Hussain  → worldaffairsjournal.org
Feb 17, 20121 nota
#arab spring #islam #egypt #syria #israel #obama
"NON SPRECARE". RISULTATO? ARTE AL MUSEO

Song Dong è un artista cinese di 46 anni. È originario di Pechino e la sua infanzia è trascorsa durante gli anni della rivoluzione culturale in Cina. Di questo periodo Song Dong ha ereditato un monito e una miriade di oggetti.

Il requisito per la sopravvivenza in Cina in quegli anni era wu jin qi yong, non sprecare. La traduzione inglese, waste not, è diventato il titolo di una sua installazione, che da oggi sarà esposta al Barbican di Londra.

La madre di Song Dong, Zhao Xiangyuan, seguendo questo principio, l’unico per sopravvivere durante le turbolenze sociali e politiche, ha accumolato in più di 50 anni gabbiette per gli uccelli, tappi delle bottiglie, corde, tubetti del dentifricio vuoti, giocattoli…
Il figlio, nel 2005, ne ha raccolti più di 10.000 e ha composto Waste Not, una commovente meditazione sulla sua infanzia e sulla sua vita familiare. Una biografia scritta non con carta e penna, ma ricostruita con gli oggetti che lo hanno circondato durante la crescita.

Ogni volta che deve ricomporre l’installazione per una mostra l’artista si fa aiutare dalla sorella e dalla moglie. Sempre tornano a galla i ricordi e si riscoprono oggetti dimenticati, la famiglia si ritrova in una sorta di rituale che serve a raccontare qualcosa di sé. E così, allo stesso modo, l’installazione invita lo spettatore a riguardare la propria storia e la propria vita.

Feb 15, 2012
#barbican #song dong #cina #waste not #spreco
THAT'S THE NET, BABY

Due giorni fa ricevo una mail attraverso un contatto di Linkedin. “Gentile Carolina, visto il suo interesse per la comunicazione, la cultura e la società, la invito a leggere e a scrivere qualche articolo di giornalismo partecipativo su XXX , che è anche un buon modo per allargare le conoscenze e le opportunità… Questo genere di giornalismo è fatto direttamente dai cittadini e per i cittadini e nel nostro caso ogni autore ha una scheda personale con la funzione di vetrina sociale”. Pausa. Ah, ok quindi non pagate! Avanti: “Dove possono essere indicati scritti, libri e siti personali”.

Sono anni che ricopro il ruolo di stagista e il rimborso spese è l’eccezione, anzi il premio fedeltà dopo mesi di lavoro assolutamente gratuiti. Sono stanca. Veramente stanca. Non perché ho dato un esame di stato e quindi mi aspetto di essere in carriera, ma perché se devo lavorare gratis ancora, almeno che sia per qualcosa che ne valga la pena o che mi appassiona. Qualcosa che mi permetta il salto di qualità in futuro.

Così gli ho risposto: “ Gentile Xxx, buongiorno. Grazie per avermi contattato. Devo dire che sul giornalismo partecipativo ho le mie riserve. Non perché penso che fare il giornalista sia un lavoro per pochi, anzi, ma perché, come ogni altro lavoro, bisogna imparare a farlo. Sarò antiquata per avere 25 anni, ma la penso così. Soprattutto perché con questo metodo diventa automatico e naturale il concetto:  io ti do la possibilità di scrivere, ma tu non vieni pagato. E questo non è giusto sia per chi ha studiato o è anni che si consuma le suole delle scarpe per pubblicare le brevi sul giornale locale, sia per chi si improvvisa “reporter”.

Forse sto sprecando un’occasione importante, una vetrina sociale preziosa… Chissà però perché dopo aver ricevuto la sua nuova mail non me la sono più sentita di rispondere (riporto fedelmente con copia e incolla, ho aggiunto solo il maiuscolo per le parti più significative): “Gentile Carolina, in ogni cosa ci sono aspetti positivi e negativi e se VIENE pagato significa che DEVI fare quello che dice UN ALTRA persona, solo in un determinato momento. In Italia sappiamo poi che il giornalismo è diventato il puro servilismo di una parte economica e di un clan”. Bla bla bla.


“Il giornalismo partecipativo è quindi un’integrazione di nicchia molto significativa del giornalismo tradizionale, soprattutto in Italia. Comunque noi siamo una fondazione e SE DOVESSI LAVORARE GRATIS PER HUFFINGTON POST CHE GUADAGNA MILIONI DI DOLLARI, NATURALMENTE NON LO FAREI. XXX svolge un servizio ALLA società civile: noi lasciamo la massima libertà tematica… Per caricare gli articoli BASTA L’ISCRIZIONE GRATUITA”.

E ci mancherebbe pure che devo pagare anche l’iscrizione al sito. Comunque la ringrazio, se un giorno deciderò di fare beneficenza prenderò in considerazione anche la sua fondazione. Grazie.

Feb 12, 2012
#stagisti #stage #giornalismo #lavoro gratis #no free jobs
VISIONI BIPOLARI

La verità sta nel mezzo. È quello che ho pensato leggendo un articolo su Al Jazeera a proposito delle femministe egiziane.

Da una parte ci siamo “noi” occidentali che vediamo con preoccupazione la salita al potere di Salafiti e Fratelli Musulmani nel nuovo Parlamento. Dall’altra parte ci sono loro, le donne egiziane, le attiviste, le professoresse universitarie e le  ricercatrici.

Omaima Abou Brak è una di loro; insegna all’Università del Cairo, ha 54 anni ed è la fondatrice della ONG con sede a Giza, Women and memory Forum, che combatte le false percezioni delle donne arabe nel mondo. Omaina ha spiegato così alla giornalista qatarina, Dorothy Parvaz, la situazione attuale delle egiziane: “Ogni nuovo periodo porta con sé delle difficoltà”. Nello specifico la difficoltà del nuovo Egitto non è il potere dei movimenti Islamici, ma la polizia: “Le violenze sulle donne avvengono per mano dei militari, dagli Islamici al massimo si ha una leggera emarginazione in politica”. Cos’è peggio?

Hillary Clinton, segretrario di Stato degli USA, sempre pronta a dire la sua su eventi esterni al proprio Paese, ha denunciato l’esigua presenza delle donne nel processo di transizione dell’Egitto. E il risulato è evidente: le donne hanno ottenuto solo il 2% dei seggi del Parlamento (otto in tutto). Ma c’è un ma. “La legge di Suzanne”, oggi in vigore e che in tanti chiedono di cambiare, dovrebbe garantire un mininmo di 64 seggi alle donne. E questa legge è stata scritta e voluta dalla moglie di Mubarak, Suzanne appunto.

Ora, la sensazione delle femministe a un anno di distanza dalle prime manifestazioni in piazza Tahrir, è che le donne non abbiano perso molto in questa rivoluzione, la paura è che non ora in avanti non riescano a ottenere di più. Ma lanciano anche una frecciatina a tutte noi. “Questo – dicono -  è il destino comune di tutte le donne. Le arabe e le musulmane non sono un’eccezione e la loro battaglia è parte di quella mondiale, combattuta in ogni Paese del mondo dalle donne”.

Nagwam El Ashwal, ricercatrice, è convinta che in Egitto la situazione non sia problematica per la popolazione femminile, ma per tutti e che la marginalizzazione delle donne sia colpa di molti, non solo dei movimenti islamici. Infatti nessun partito ha messo le donne in cima alle liste elettorali. A dimostrazione che il cambiamento deve avvenire – ancora una volta – dalla strada e non dall’aula del Parlamento.

Infine arriva l’ammonimento. Ricordatevi, care donne, che il femminismo islamico è diverso da quello occidentale. Attenzione con i giudizi. 

Al-Banna firma così le sue e-mail: Be no content with stories of those who went before you. Go forth and create your own story (Rumi, poeta persiano).

Feb 10, 20121 nota
#egitto #femminismo #blue bra #Abou Brak #al banna #el ashwal
CHE FINE FARÀ OCCUPY WALL STREET SENZA OCCUPANTI?

Il freddo gelido dell’inverno è arrivato e si è portato via i colori dell’autunno. Ma anche gli indignati. Zuccotti Park, che era una comunità di centinaia di persone, ora è un deserto. Qui sono rimasti in pochi a darsi il cambio di giorno e di notte invece c’è una sola persona a presidiare la zona. Oltre al freddo, la causa principale è probabilmente la mancanza di fondi, che piano piano stanno svanendo, in parte perché le facce e le tende degli indignati non sono più sulle pagine dei giornali e nei servizi alla televisione e in parte perché ogni occupazione ha comportato delle grosse spese.

Il movimento di Occupy Wall Street è riuscito a far parlare di sé molto e a lungo. Ma riuscirà a farlo ancora adesso, senza occupanti? Le occupazioni si potrebbero trasformare in manifestazioni di protesta e marce, ma è indubbio che la vera forza di OWS sia stata la presenza fisica di più persone contemporaneamente nello stesso posto per un lungo periodo. Avere una base comune ha conferito al movimento una struttura solida, che ha permesso una risonanza diversa, internazionale.

A far cambiare l’immaginario del movimento ci si mettono poi alcuni episodi che hanno fatto pensare a molti che a nascondersi dietro la maschera di occupanti ora siano rimasti solo gruppi di anarchici.

È colpa dell’inverno o sta svanendo l’interesse politico poco alla volta? Lo si vedrà tra poco. Con il disgelo.

Feb 9, 201211 note
#Occupy Wall Street #indignati #OWS #occupying
Feb 7, 2012
dico di me

Ho 25 anni. Mi chiamo Carolina, come la mia bisnonna. Quando ero piccola il mio nome non mi piaceva perché ero l’unica a chiamarsi così e perché i bambini non riuscivano a pronunciarlo senza storpiarlo in Calorina, Calolina… Dopo anni di sofferenza chiesi a ai miei genitori di cambiarmi il nome in Comune: mi sarei chiamata Jennifer. Per fortuna mia mamma è una tipa tosta.

Negli ultimi due anni ho frequentato una scuola per imparare a scrivere e da qui parte la messa in atto di consigli, suggerimenti e tanti, tanti ammonimenti.

Vivo a Milano. Seguo gli eventi che mi incuriosiscono di più. Anche quelli che accadono fuori città. Mi interessano il Medio Oriente, l’arte e i libri. E un giorno vorrei scriverne per lavoro.

Sono curiosa e divoro libri.

Feb 7, 2012
#beat journalism #giornalista #inizio #milano #oriente
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